"LA CELEBRAZIONE DELLA MISERICORDIA DI DIO OGGI"

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Relazione di Don Scubla
17 febbraio 2012


Una prima cosa. Quando finisce la Quaresima? Il Giovedì Santo è l’ultimo giorno di Quaresima e nella Chiesa per secoli era la giornata, non della Messa del Crisma (recente), non della messa in Coena Domini, ma il giorno della riconciliazione dei penitenti e così si completava il tempo quaresimale. E nel corso dei secoli questa giornata essenziale è sparita.
Una seconda cosa. A me capita ogni tanto di confessare persone anche di una certa età e al termine di una confessione dove hanno confessato più o meno: sono stata un po’ cattiva, mi sono lasciata prendere un po’ da certi discorsi e ho anche parlato male di qualcuno ed ero distratta durante la preghiera. E alla conclusione di questa confessione di peccati terribili: chissà se il Signore mi perdona. Ecco – dico – questo il più grande peccato che hai fatto. Hai fatto una professione di mancanza di fede nei confronti di Dio. Questo è il peccato più grande perché quello che ci chiede il Signore – l’ho detto fin dalla prima sera – è una conversione. Il Signore ci chiama a questo. Tant’è vero che se uno vuol essere pignolo della dottrina cattolica (perché qui si va a rischio che se uno dice qualcosa è un mezzo protestante, un seguace di Kung) apre il catechismo della chiesa cattolica e si chiede: che cos’è un sacramento? Il termine sacramento indica un segno visibile, efficace, della grazia invisibile di Cristo. In ciascuno dei sacramenti è lo stesso Signore risorto che opera attraverso il ministro, agendo nella vita del credente che riceve il dono di una nuova dignità e di una nuova grazia santificante per opera dello Spirito Santo.
Attraverso un segno visibile c’è la trasmissione efficace della pienezza, della grazia di Dio nella sua Trinità. Noi invece nel corso della storia che cosa abbiamo fatto sui sacramenti? Abbiamo cercato di pensare… Quanti sono i sacramenti? Sette. Perché? Perché sono stati istituiti da Gesù. Gesù chi ha sposato? Gesù non ha battezzato; ha detto “battezzate”, ma non ha detto come. Non ha cresimato, perché la venuta dello Spirito Santo è avvenuta dopo la sua morte. Non ha unto nessun malato (imponeva le mani). Non ha consacrato nessun prete. Non ha sposato nessuno. Non ha confessato nessuno. Cosa rimane? L’eucarestia. E qui ha detto: fate questo in memoria di me. Però in quella sera, prima di fare “la comunione” Gesù non era digiuno, ha cenato e ha bevuto (nella cena pasquale c’era quattro calci con le quattro preghiere di benedizione).
Al di là di questa presentazione un po’ forzata, obiettivamente la preoccupazione della Chiesa in un certo periodo della storia è stata quella di fare le stesse identiche cose che ha fatto Gesù. Gesù invece non ha scritto niente e non ha fatto nessun gesto sacramentale. Ha solo suggerito, invitato; ha cercato di farci pensare in modo tale da farci rispondere ai bisogni con delle azioni che cambiamo nel corso del tempo a seconda della cultura, della sensibilità. Ci chiede di coinvolgerci totalmente come risposta ad una sua provocazione. Allora la preoccupazione non deve essere: devo ripetere esattamente quella parola perché ci sia  la piena efficacia. Ho ricordato la volta scorsa come la preoccupazione della filosofia scolastica abbia portato anche sul sacramento della penitenza ad individuare materia e forma. La cosa importante da Tommaso in poi, la materia (la mia confessione) e la forma (la formula di assoluzione). Elenco e formula. Ci chiediamo: è questo quello che vuole il Signore? O vuole la nostra conversione?
    
Andando nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) si legge così.
E’ chiamato sacramento della conversione perché realizza sacramentalmente l’appello di Gesù alla conversione; il cammino di ritorno al Padre da cui ci si è allontanati con il peccato. Ed è chiamato sacramento della penitenza perché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore. (1423 CCC)
E la confessione? Se ne parla al 1434. La penitenza può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme di penitenza (sono quelle che sentiremo mercoledì prossimo): digiuno, preghiera, elemosina che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, a Dio, agli altri. Accanto alla purificazione operata dal battesimo o dal martirio, essi indicano come mezzi per ottenere il perdono dei peccati: gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime della penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo, l’intercessione dei santi e la pratica della carità che copre una moltitudine di peccati. (1434 CCC)
E l’elenco dei peccati? Al 1435.
La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l’esercizio e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale, l’accettazione delle sofferenza, la persecuzione a causa della giustizia, prendere la propria croce ogni giorno e seguire Gesù. Questa è la via più sicura della penitenza.
Leggendo anche queste cose ci chiediamo: quello che abbiamo fatto finora rispecchia questo dettame della Chiesa, se vogliamo esserle fedeli? Probabilmente no. Non può essere dettata dall’esigenza di sintesi (i numeri dei comandamenti violati). E non può essere che per raggiungere la beatitudine bisogna confessarsi ogni giorno. Il sacramento non è una forma di devozione. Deve esprimere in maniera efficace il dono della grazia di Dio, realtà straordinaria. Non è che si torni a casa dal Padre ogni giorno. Se ti sei allontanato, torni una volta.
In questi ultimi secoli ci si è dimenticati del lungo percorso che portava alla riconciliazione.
Per cui i padri conciliari, cinquant’anni fa, proprio tenendo conto della situazione concreta, della situazione di disagio, come è successo anche in altre epoche storiche, hanno ritenuto di ripensare il sacramento e di dover ribadire che ciò che interessa non è la confessione ma qualcos’altro.

Sul foglio vi ho messo alcune parti del Rito della Penitenza editato nel 1974 (Sacra Congregazione del Culto). Qui ci si occupa di quale forma riproporre per quanto riguarda il sacramento della penitenza. La cosa nuova è che – come anche in altri sacramenti – si dice: ci devono essere molte forme per celebrare il sacramento. Non un modo solo, ma ce ne sono di più. C’è il rito per la riconciliazione dei singoli penitenti; c’è il rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione individuale; c’è il rito per la riconciliazione di più penitenti con la confessione e l’assoluzione generale. Almeno tre modelli diversi.
Proviamo a vedere quello che avremmo dovuto fare noi in questi quarant’anni.
Il sacerdote e il penitente si preparino alla celebrazione del sacramento anzitutto con la preghiera. Il sacerdote invochi lo Spirito Santo, per averne luce e carità; il penitente confronti la sua vita con l’esempio e con le parole di Cristo, e si raccomandi a Dio perché perdoni i suoi peccati. (15)
Non possiamo rifarci ai comandamenti.
Il sacerdote accolga il penitente con fraterna carità ed eventualmente lo saluti con espressioni di affabile dolcezza. Se il penitente è sconosciuto al confessore, è bene che gli precisi la sua condizione, il tempo trascorso dalla sua ultima confessione, le eventuali difficoltà della sua vita cristiana e tutto quanto può essere utile al confessore per l’esercizio del suo ministero. (16)
Quindi il sacerdote, o anche il penitente stesso, legge un testo della Sacra Scrittura. E’ infatti la parola di Dio che illumina il fedele a conoscere i suoi peccati, lo chiama alla conversione e gl’infonde fiducia nella misericordia di Dio. (17)
La lettura della parola di Dio serve per cogliere tutta la storia della salvezza, la storia della misericordia di Dio nei nostri confronti.
Il penitente confessa poi i suoi peccati, cominciando dalla formula della confessione generale (p. es. il Confesso a Dio). Il sacerdote lo aiuti, se necessario, a fare con integrità la sua confessione, lo esorti a pentirsi sinceramente dalle offese fatte a Dio, gli rivolga buoni consiglio per indurlo a iniziare una vita nuova, e lo istruisca, qualora ce ne fosse bisogno, sui dovere della vita cristiana. Se il penitente si fosse reso responsabile di danni o avesse dato motivo di scandalo, il confessore gli ricordi il dovere di una congrua riparazione.
Quindi il sacerdote impone al penitente la soddisfazione che sia non solo un’espiazione delle colpe commesse, ma anche un aiuto per iniziare una vita nuova, e un rimedio alle infermità del peccato; la soddisfazione deve quindi corrispondere, per quanto possibile, alla gravità e alla natura dei peccati accusati e può opportunamente concretarsi nella preghiera, nel rinnegamento di sé, e soprattutto nel servizio del prossimo e nelle opere di misericordia: con esse infatti si pone meglio in luce il carattere sociale sia del peccato che della sua remissione. (18)
Fatta l’accusa e ricevuta la soddisfazione, il penitente manifesta la sua contrizione e il proposito di una vita nuova, recitando una preghiera, con la quale chiede a Dio Padre perdono dei suoi peccati. E’ bene usare una formula composta di espressioni della Sacra Scrittura. (19)
Ricevuta la remissione dei peccati, il penitente riconosce e confessa la misericordia di Dio e a lui rende grazie con una breve invocazione, tratta dalla Scrittura; quindi il sacerdote lo congeda in pace. (20)

Perché ho voluto leggervi tutto questo? Per farvi capire come probabilmente voi non avete mai fatto una confessione di questo tipo.
Il sacramento inoltre va celebrato in un luogo adatto che esprime la pienezza della comunità. Non è una cosa mia e me la gestisco io. E’ un segno efficace posto all’interno di una comunità cristiana, ridotta all’osso (al sacerdote), ma pur sempre una comunità che ha bisogno di tempo, di confronto, di ascolto della Parola, di preghiera, di scelte, di decisioni.
E poi.
Il penitente prosegue poi la sua conversione e la esprime con una vita rinnovata secondo il Vangelo e sempre più ravvivata dall’amore di Dio, perché la “carità copre una moltitudine di peccati”. (20)
Viene dato un compito che riguarda le opere.
Questo è il sacramento della penitenza, però, per problemi di tempo, non si fa. E soprattutto noi siamo figli di secoli di mancanza di confronto con la Parola di Dio. In particolare con Gesù Cristo. E ho bisogno anche di qualcuno che mi aiuti a verificare mio essere cristiano. Ecco perché nel Catechismo si parla della necessità anche di una correzione fraterna e della confessione delle colpe ai fratelli. C’è bisogno di un confronto.

Se questo è il sacramento della riconciliazione, è chiaro che si può fare pochissime volte. Forse questo andrebbe bene in un momento particolare della mia vita, in un momento di reale conversione. Non può essere fatta ogni settimana, né durante – io credo – una liturgia penitenziale. E’ troppo impegnativa. Questa deve essere una cosa straordinaria.
Oggi si suggeriscono celebrazioni penitenziali comunitarie per la Quaresima. La liturgia comunitaria della riconciliazione è normata (da quarant’anni) e può essere fatta in due modi: con la confessione individuale e l’assoluzione individuale oppure con l’assoluzione generale.  I sacerdoti, fin dall’inizio, hanno detto: assoluzione generale solo in casi estremi.
Però attenzione, al numero 31 del rituale si dice:
La confessione individuale ed integra e l’assoluzione costituiscono l’unico modo ordinario con cui il fedele, consapevole di peccato grave è riconciliato con Dio e con la Chiesa. Non si può impartire l’assoluzione generale a più penitenti insieme senza la previa confessione individuale se non:
a)incomba il pericolo di morte;
b)ci sia una grave necessità; quando, cioè, dato il numero di penitenti, non si ha a disposizione un numero sufficiente di confessori per ascoltare come si conviene le confessioni dei singoli entro un tempo conveniente, sicché i penitenti sarebbero costretti, senza loro colpa, a rimanere a lungo privi della grazia sacramentale.
Per cui si dice: o il sacramento è un vero segno di conversione e ha quindi ha bisogno di tempo, spazio, lettura, dialogo, confronto, lode, altrimenti che senso ha fare una cosa tanto per fare. Perché sappiamo che in tutto questo non è l’elenco dei peccati che ci salva, ma è la misericordia di Dio. E io non faccio altro che cercare di conoscere, di pregare, di lodare e poi di agire nella carità. Questo è importante. E allora provate a pensare. Io mi trovo in chiesa alle nove di sera per una liturgia penitenziale. Quelli che vengono, con quale spirito sono venuti?. Se vengono a quell’ora è perché riconoscono di essere peccatori, bisognosi della misericordia di Dio. Io quando vedo persone presenti ad una liturgia penitenziale, io dico: già voi avete compiuto il segno comunitario e pubblico che vi ritenete dei peccatori. Poiché questo è il segno. La presenza è già un segno, comunitario.

Sempre nel rituale, ai numeri 39 e 40 così si legge. Ci sono degli adattamenti.
Spetta al vescovo diocesano:
a)regolare nella sua diocesi la disciplina della penitenza;
b)determinare i casi di necessità nei quali è lecito impartire l’assoluzione sacramentale generale. (39)
I nostri vescovi non hanno mai regolato questo.

Spetta ai sacerdoti, e specialmente ai parroci:
a)nella celebrazione della riconciliazione, sia per i singoli che per la comunità, adattare il rito alla situazione concreta dei penitenti, conservando al struttura essenziale e integralmente la formula dell’assoluzione;
Ma potrebbe anche dire, invece di “io ti…”, “io vi…”
per motivi pastorali omettere o arricchire alcune parti scegliendo i testi sia delle letture che delle orazioni e scegliere il luogo più adatto per la celebrazione, in modo che tutta la celebrazione ne risulti ricca e fruttuosa;
b)proporre e preparare qualche volta all’anno, specialmente in Quaresima, delle celebrazioni penitenziali, ricorrendo all’aiuto di altri, acnhe di laici, in modo che i testi e l’ordine della celebrazione si adattino davvero alla condizione e alle circostanze della comunità o dell’assemblea. (40)

Il Concilio che era legato a secoli di un certo tipo di impostazione, ha avuto il coraggio di dire: non fermiamoci alla confessione; c’è bisogno di riuscire a creare situazioni comunitarie dove il singolo credente riesca a sentirsi accolto, ascoltato, illuminato dalla Parola di Dio per poter intraprendere un cammino, secondo il progetto di Gesù, che lo porti ad essere come Dio vuole nei confronti di se stesso, nei confronti di Dio e degli altri. Questa era l’idea e hanno tentato di tradurla con un rituale dicendo però chiaramente: non abbiate paura di cambiare, sostituire. Tutta la loro teologia era stata fino ad allora quella di S. Tommaso e quindi il fatto di riuscire a dire queste cose è stata una grande conquista da parte loro. Avevano sempre la paura che la forma dovesse essere salvaguardata.
Nella riconciliazione non è la formula la cosa importante, ma l’insieme.
Il rito della penitenza ci chiede di avere coraggio; coraggio per rimettersi in gioco perché non basta un numero e un a formula per essere riconciliati, perché c’è bisogno di tempo. Il cammino dovrebbe essere la costante. Questo è lo stile: il camminare e il non arrivare mai. Si tratta di costruire, di fare.
Pensate: come è nata la Quaresima che incominceremo la prossima settimana? Nasce da una abitudine sacramentale: bisogna preparare i nuovi cristiani. Come ci si prepara al battesimo? Da buoni razionalisti noi diremmo che prima di fare una cosa dobbiamo sapere com’è. Allora per i battesimo dovremmo spiegare i simboli, i segni, le formule. E invece nei primi secoli non si preoccupavano di spiegare come si celebrava il battesimo. Lo facevano dopo la celebrazione. Si chiamava tempo della mistagogia, con le catechesi mistagogiche. Ed era il tempo dopo Pasqua. Prima di Pasqua si ci prepara.
Quali sono le formule che esprimono la penitenza nella vita cristiana? il digiuno, la preghiera, l’elemosina. E queste esprimono una conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. Prima di essere battezzato, dimostra di essere convertito: prega, digiuna e vivi la carità. Quando avrai fatte queste cose allora riceverai il battesimo. Il tempo di Quaresima.
Il Mercoledì delle ceneri inizia il tuo percorso.

Nella mia parrocchia, già da due anni, il Mercoledì delle Ceneri io non impongo le ceneri ai bambini e poi vengono a ricevere le ceneri solo coloro che intendono iniziare un percorso penitenziale che li porta alla liturgia di riconciliazione che si farà durante la Settimana Santa . E’ un inizio di percorso. Per cui prima di ricevere le ceneri, ascoltiamo la Parola di Dio, ci confrontiamo e poi scegliamo, decidiamo che cosa vogliamo fare in questa Quaresima. Ognuno, lo scorso anno, aveva un foglietto e prima di venire a ricevere le ceneri, doveva scrivere il suo impegno. Non doveva farlo vedere agli altri ma portarlo la Settimana santa per dire se lo aveva realizzato o meno. Quest’anno il segno sarà la preghiera. Chi viene a ricevere le ceneri riceve il Vangelo (di Marco), con l’impegno ogni giorno di leggere una pagina e di sottolineare un’espressione. E durante la settimana Santa verrà a dire che cosa gli ha suggerito Gesù di fare.
Voi direte: e l’elenco dei peccati?
E io vi dico: è questo importante?
Ho un percorso che facciamo come comunità cristiana, non come singolo. Se siamo qui è perché ci riconosciamo peccatori e insieme, come comunità parrocchiale, facciamo un percorso. Alla fine della liturgia penitenziale, io non ho paura di dire: io vi assolvo… Naturalmente sono assolti dai loro peccati quelli che hanno fatto il percorso.
Una persona ha bisogno di un consiglio, di una direzione spirituale, di verificare se è in sintonia con il vangelo. E questi sono momenti belli; si facciano. Ma il sacramento è qualcosa di più perché deve essere un segno visibile che manifesta l’efficacia della grazia di Cristo. E’ il sentire che una comunità che ha fatto un percorso di questo tipo si sente accolta dal Signore e si conclude con un  canto di gioia. E’ il dire: il Signore mi accetta con questa mia fatica (però io mi sono dato da fare). In questo modo io cerco di riprendere quella consuetudine di non unire confessione e assoluzione. Va’ e non peccare più. C’è bisogno di tempo, di fatica, di confronto e di supportare – quest’anno – la preghiera. Il prossimo anno sarà qualcos’altro.
Uno può dire: io mi fermo solo a quelle che sono le cose classiche della chiesa. Allora posso rifugiarmi in quella prima parte del rito dove si dice che c’è bisogno della contrizione, della confessione, della soddisfazione e dell’assoluzione. Però se guarda bene si dice che c’è bisogno di contrizione che significa cambiamento del cuore e il cambiamento del cuore ha bisogno di segni. Confessione delle colpe, che deve però essere fatta alla luce della misericordia di Dio. C’è poi la soddisfazione, cioè c’è bisogno di compiere delle azioni per ottenere l’assoluzione. E i due momenti sono distinti.
Tenendo conto dell’esperienza biblica, dell’esperienza storica e anche dei suggerimenti che vengono dai libri ufficiali della chiesa, cerchiamo di non cadere in qualcosa di riduttivo, semplicistico e di una formula.
    
La riconciliazione è una fatica che ogni battezzato fa sua e quindi, utilizzando anche questa ripetizione ciclica che è l’anno liturgico, cogliamo il tempo di quaresima, il tempo di coloro che si preparano al battesimo o dei battezzati che ripensano al loro battesimo. Io ho bisogno di fare questo perché ci sia una visibilità comunitaria: io insieme a voi dichiaro di essere un peccatore. E la risposta diventa celebrazione in cui Dio ci viene incontro anche se non avremo letto tutto il Vangelo, anche se ci saremo dimenticati, dopo aver sottolineato la frase, di metterla in pratica; però c’è stato lo sforzo da parte nostra. Uno sforzo che ti porterà inevitabilmente fra un anno a riprendere il cammino perché non è che una volta fatto il cammino sì è arrivati. C’è bisogno di ripartire, ma non lo faccio da solo; lo faccio insieme agli altri perché sono un corpo che è unito a questa testa che è Cristo e questa testa vuole che noi siamo sempre con lui.


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