"IL SACRAMENTO DEL PERDONO NELLA STORIA DELLA CHIESA"

ASCOLTA LA REGISTRAZIONE DELLA SERATA:

SCARICA IL FILE .mp3 SUL TUO COMPUTER: don_Scubla_03.02.2012.zip


Relazione di Don Scubla
3 febbraio 2012


Credo che come abbiamo organizzato il corso forse sarebbe stato più opportuno che all’inizio ci fosse stato l’intervento biblico perché è quello che parte dalle origini. Io mi colloco su un versante che dovrebbe essere già conosciuto, quello della Sacra Scrittura. Lo do per scontato. Credo che la prossima settimana con don Rinaldo sicuramente riuscite a ricollegare quello che vi dirò stasera.Don Scubla
Per riuscire a comprendere come si è sviluppato questo rito, quello che don Giancarlo ha chiamato Sacramento, prima di chiamarlo sacramento forse è il caso di mettere bene in mente quale sia il progetto che ci sta dietro. Non a caso nel Rito della Penitenza, che è quello ufficiale, il rito che nasce da Vaticano II, nelle premesse, c’è questa introduzione:
“il Padre ha manifestato la sua misericordia riconciliando a sé il mondo per mezzo di Cristo, ristabilendo la pace con il sangue della sua croce, tra le cose della terra e quelle del cielo. Il figlio di Dio fatto uomo è vissuto tra gli uomini per liberarli dalla schiavitù del peccato e chiamarli dalle tenebre alla luce ammirabile per questo ha cominciato la sua missione in terra predicando la penitenza e dicendo: convertitevi e credete al Vangelo”.
Lo sfondo non è che cosa dobbiamo fare noi; ma lo sfondo fondamentale è che cosa fa Dio: Dio Padre ha manifestato la sua misericordia. Questa è la cosa primaria ed essenziale e l’ha manifestata attraverso l’opera di Gesù Cristo che ha chiesto ad ognuno di noi di convertirci e di credere al Vangelo. Conversione e fede che si manifestano nel battesimo. Il battesimo diventa il segno della conversione e della fede.
Ora, la preoccupazione non è tanto quella di mettersi davanti alla propria coscienza per dire: oggi dove ho sbagliato? Oggi ho calunniato un mio vicino.
Noi dobbiamo tentare di cogliere come noi uomini rispondiamo a questa azione di Dio che è una azione di misericordia che chiede non delle piccolezze, ma che chiede un cambiamento completo della nostra vita. Se è così – anticipo una cosa che è venuta nei secoli, è giusto andare a confessarsi ogni giorno o ogni settimana? Quante volte ci si può convertire? Se la conversione è orientarci a Dio, se io mi converto vuol dire che fino a quel momento io ero lontano da Dio, come faccio allora a convertirmi ogni giorno? La calunnia, il peccato sono segni del rifiuto di Dio? Gesù ha detto: andate, predicate, convertitevi e credete al Vangelo.

Ho messo su un foglio i passaggi storici. Ho cercato, come fanno i manuali storici, anche di dividere l’evoluzione di questa esperienza di conversione e di misericordia di Dio cercando di collocarla all’interno dei secoli con un certo criterio. Però tutti quelli che approfondiscono queste cose sanno benissimo che le cose non si sono evolute in modo uniforme. Ci sono stati tanti cambiamenti a macchia di leopardo e capitava che dei Concili, in due parti diverse del mondo cristiano, dicessero l’uno l’opposto dell’altro. Proprio perché, soprattutto nei primi millecinquecento anni, ogni chiesa andava un po’ per la sua strada. Alcune cose si affermavano, altre sopravvivevano e in altri luoghi si sovrapponevano. Per cui c’è una bella confusione anche sul modo di cogliere, di capire e di vivere la misericordia di Dio e la conversione. Ma una cosa è certa: nei  primi secoli l’unico segno di conversione e quindi l’unico elemento (che noi oggi chiamiamo sacramentale) che determinava il passaggio da uno stato all’altro era solo, esclusivamente il battesimo, che era il sacramento della rinascita. Giovanni il Battista battezzava. La gente andava da lui confessando i propri peccati e li battezzava. Non è che andavano da Giovanni il Battista a fare l’elenco delle proprie colpe, ma dicevano: adesso sono lontano da Dio, attraverso le tue parole e il segno che tu compi, desidero entrare in un nuovo rapporto con Dio, unico e definitivo.
Quando io vengo battezzato divento cristiano, figlio di Dio. Io divento come Cristo.
Avete fatto la comunione domenica? La comunione non è una devozione: prendo una particola così… No, io mi uniformo a Cristo. Sono in comunione con Dio in Cristo. Durante la preghiera eucaristica abbiamo invocato lo Spirito Santo sui doni e sugli offerenti, su noi, perché diventiamo un tutt’uno, in Cristo, Lui capo, noi le membra. Non siamo anche Chiesa? E la Chiesa non è un tutt’uno con Cristo? Noi diciamo: sì siamo un tutt’uno con Cristo, però di fatto non lo siamo, siamo peccatori. In questa serata cercherò di dirvi che non c’è una dicotomia del cristiano con Cristo. Perché se io porto questo nome, io sono un tutt’uno con Lui e lo sono attraverso quel gesto sacramentale che mi ha uniformato a Cristo. Per cui nei primi secoli, l’unica strada che indicava che avevi finito un modo di vivere per iniziarne un altro, era solo quella del battesimo.
Questo a livello di principio. Poi succedeva che qualcuno magari, pur essendo battezzato, viveva in modo diverso e allora sentirete don Rinaldo la prossima settimana, all’interno del Nuovo Testamento, qual era la logica di Paolo. Paolo dice: se uno ha sbagliato, ha peccato, buttalo fuori dalla comunità. Il cristiano battezzato o è tale per sempre o non lo è. Il “santo” imperatore Costantino, quand’è che è diventato cristiano? Si dice sia diventato cristiano solo quando stava per morire perché sapeva bene che diventare cristiano significava vivere in un certo modo e che non c’era possibilità di un altro battesimo. Il battesimo si fa una volta sola. La remissione dei peccati è una volta sola perché quello è il segno della conversione. Il mettersi totalmente nelle mani della misericordia di Dio. Anche il simbolo niceno-costantinopolitano vede il battesimo come assoluzione, remissione dei peccati (e siamo già nel IV secolo). Il battesimo è solo quello.

Contemporaneamente a questo, quando i cristiani diventano un po’ più numerosi, quando c’è l’editto di Milano che apre la possibilità, anche per interesse magari, ad una diffusione più ampia del cristianesimo, ci si rende conto che è vero il battesimo è unico per la remissione però ci sono alcune situazioni che hanno portato per paura alcuni cristiani a non essere coerenti nel momento del martirio. Ci sono i cosi detti “lapsi” che rinunciano alla fede proprio per paura di morire. Sono degli apostati. Cosa facciamo di questi? Li lasciamo fuori dalla Chiesa?
All’inizio del III secolo, si incomincia a dire, all’interno di alcune comunità cristiane, che il Signore è stato misericordioso, o meglio è sempre misericordioso. E’ Gesù che nella espressione più alta lo è stato nei confronti di tutti: ha accolto tutti. Don Rinaldo vi racconterà tutte le azioni di misericordia di Gesù. E Gesù quando perdona i peccati al paralitico, all’adultera, questi non gli avevano detto niente. E Gesù dice: va’ e non peccare più.
Questa radicalità (non peccare più) non si coniugava con l’esperienza pastorale di diverse chiese. E allora alcuni vescovi cominciano a ritenere che per alcune forme di rottura grave di relazione, non tanto personale ma di cose che contaminano, interagiscono a livello sociale (perché il peccato non è qualcosa solo di personale, ma è qualcosa che coinvolge anche gli altri). Quando c’è qualcosa che coinvolge anche la comunità, S. Paolo diceva: bisogna buttarli fuori. Questi vescovi invece dicono: dobbiamo trovare un sistema per riuscire a dare un’altra possibilità. Soprattutto per i peccati gravi – apostasia, omicidio (in particolare, parricidio) e adulterio – bisognava dare un’altra possibilità. Poiché il peccato era pubblico, anche la possibilità non doveva essere privata, ma pubblica. E nasce un percorso che viene chiamato di penitenza pubblica. Bisogna avere il coraggio di essere quello che si è. Ed è il vescovo che verifica se il tuo stato è da peccatore. Il peccatore si vestiva di sacco il mercoledì delle Ceneri, il vescovo lo riconosceva come peccatore, e gli dava un tempo per fare penitenza. Non serviva che dicesse il peccato: si entrava in uno stato di peccatore che comportava una serie di penitenze. Solo che queste penitenze non duravano poco e non erano semplici. 
I penitenti vennero distinti in quattro categorie. I flentes, che dovevano stare fuori dalla chiesa ad implorare che i fedeli pregassero per loro, ma spesso venivano insultati e derisi dai cristiani che entravano in chiesa; gli audientes, che potevano assistere alla messa, ma dovevano uscire al momento della consacrazione (abbiamo diversi testi della liturgia aquileiese in cui si dice che, terminata l’omelia del vescovo, il diacono faceva l’elenco delle persone che dovevano uscire); i substrati, quelli che potevano assistere alla celebrazione eucaristica, ma dovevano stare tutto il tempo in stesi; i consistentes, che assistevano in piedi a tutta quanta la celebrazione. E tutto questo, non una volta. Tertulliano dice che questa penitenza poteva durare tre anni per i flentes, due anni per gli audientes, quattro anni per i substrati e due anni per i consistentes. E solo quando uno aveva passato tutti quegli anni, il Giovedì Santo (alla mattina) c’era la riconciliazione dei penitenti.
Pensate che questo stato di cose nasceva dalla decisione di trovare uno sbocco alla situazione precedente. Prima se avevi sbagliato eri fuori. Qui nasce una forma di penitenza che ti dice che hai una possibilità, anche se lunga e difficile. Come era lungo e difficile il percorso per essere battezzati. Il percorso del battesimo, a parte nel periodo apostolico e subapostolico, era un percorso lungo, catecumenato. Lungo perché bisognava verificare dalle opere la tua conversione; il cambiamento da uno stile di vita ad un altro stile di vita. E alcune categorie – voi sapete – non potevano essere battezzate. Ad esempio i militari, perché avevano fatto un giuramento al comandante e se questi lo chiedeva dovevano anche uccidere. Per poter essere battezzati dovevano cambiare vita. (S.Alessandro e S. Sebastiano cambiano vita, escono dall’esercito).
Ma che cosa comporta tutto ciò? Questo stile che voleva dare una possibilità a chi aveva sbagliato, comportava una sola possibilità di confessione ed essendo così difficile, nel VI secolo quasi nessuno andava a confessarsi; nemmeno quelli sul letto di morte perché non avevano il tempo per compiere la penitenza. Ed è chiaro che la riconciliazione avveniva solo dopo che si era compiuta tutta la penitenza. Voi capite che riconciliarsi e accettare la misericordia di Dio è qualcosa di molto impegnativo che andava fatto solo in casi estremi e una volta sola. Cercate di proiettare quello che dico nella realtà di oggi.

A partire dal VII secolo la nostra Europa conosce le invasioni barbariche, il cristianesimo si riduce a piccole oasi. Il cristianesimo conosce un centro che diventerà punto di riferimento per tutta l’Europa: l’Irlanda. I monaci irlandesi, sono arrivati al cristianesimo molto più tardi delle nostre terre, ma hanno conservato un modello da esportare in tutto il continente. Vista questo esperienza di penitenza pubblica che non funzionava, hanno cominciato a suggerire quello che loro abitualmente facevano; ed era questo, non più legata ai vescovi. Si noti che i documenti ufficiali manterranno la penitenza pubblica fino ad oltre il mille. Cioè si può continuare a fare anche così. Ma i monaci irlandesi cominciano a suggerire una strada un po’ più semplice: non serve andare dal vescovo e non serve tutta questa trafila di penitenza pubblica. I monaci cominciano ad usare quel sistema che usavano al loro interno basato sulla correzione fraterna. Uno sbagliava e un confratello lo ammoniva e gli indicava alcune cose che poteva compiere per migliorare. Quindi non è più un verificare il rapporto con Dio o con la comunità. Ma diventava un sostegno tra cristiani. I monaci hanno cominciato ad usare questo sistema e la gente, visto che prima non poteva accostarsi a questo momento per attingere alla misericordia di Dio, si adegua alle proposte dei monaci. Solo che non tutti i monaci avevano una conoscenza teologica sufficiente; per questo si sono fatti aiutare da alcuni libretti che avevano già una specie di tariffario. Uno non sa come comportarsi per aiutare un confratello, e allora i tariffari suggeriscono l’opera da compiere. Questi tariffari danno il nome alla penitenza che dal VII secolo si chiama penitenza tariffata. Il rito si svolgeva così: il mercoledì delle Ceneri uno andava dal monaco, si confidava su quello che aveva fatto e il monaco gli dava una lista di opere che doveva compiere per poter essere reintegrato il Giovedì Santo. Anche qui le penitenze erano duravano anni. Allora ci chiediamo, chi si confidava il mercoledì delle Ceneri, il Giovedì Santo poteva essere riconciliato? No. Deve fare privatamente una penitenza lunga. C’è un rito semipubblico, la penitenza non è così dichiarata (perché la sanno solo penitente e “confessore”). Questo tipo di celebrazione voleva sottolineare ancora una volta la penitenza. Non interessava tanto la confessione, quanto la penitenza. Adempiuta la penitenza poteva tornare a ricevere la riconciliazione. Ancora una volta o per diventare cristiani bisogna fare un lungo percorso di catecumenato oppure, da cristiano, devi far un lungo percorso di penitenza pubblica oppure- in questo momento- un lungo percorso di penitenza privata: ma pur sempre penitenza. Una penitenza che deve indicare la tua conversione.
Queste cose non avvengono in tutti i territori nello stesso modo (il mondo ortodosso non conosce questo tipo di penitenza).
All’inizio va tutto bene perché finalmente non ho solo una possibilità di riconciliazione, ma i monaci mi danno più possibilità. I tempi sono un po’ lunghetti. Però ugualmente con l’andare dei secoli (fine IX secolo) si comincia a prendere consapevolezza che anche questo tipo di riconciliazione ha delle pene tanto lunghe. Allora si inventa un’altra cosa. Non più le tabelle con le tariffe ma i confessori avevano delle tabelle di commutazione, cioè un sistema per trasformare una penitenza in qualcosa di più realizzabile.(Ad esempio, chi non può digiunare darà l’elemosina secondo la propria possibilità). La commutazione: si trasforma la tariffa in un’offerta. Oppure (un secolo dopo) dalla commutazione si passerà, secondo il diritto germanico, al Guidrigildo cioè alla possibilità di far fare la propria penitenza a qualcun altro. O si trasforma la penitenza in denaro oppure si delega qualcun altro a fare la penitenza al proprio posto. E questo si chiama uso della compositio, cioè il riscatto della penitenza con il versamento di una somma di denaro data ad uno che faccia penitenza al posto proprio. Ci sono però delle persone che non hanno la possibilità di dare soldi. allora si creano due movimenti: uno di persone povere che diventano penitenti al posto di qualcun altro per avere i soldi, e chi non ha soldi, non potendosi riscattare si trova a non poter fare la penitenza pubblica (perché troppo elaborata) non quella privata (perché non ha i soldi per la commutazione) gli rimane una terza forma penitenziale: quella del pellegrinaggio. All’inizio del X secolo iniziano i pellegrinaggi. I pellegrini erano per la maggioranza banditi (chierici, sacerdoti, peccatori…). Le bande di pellegrini erano bande di delinquenti che sapevano bene che solo fatto il pellegrinaggio e ritornati avrebbero adempiuto alla penitenza e avrebbero potuto essere riconciliati. La partenza per il pellegrinaggio era l’inizio di una “confessione” e al ritorno ci sarebbe stata la riconciliazione. In questi secoli tutto è coperto dalla forma; tutto diventava tariffa. Sì, si può ripetere più volte la riconciliazione, ma in base a tariffari. Tutto si risolve in una dimensione di quantità e di forma.
Poveri e sacerdoti, in virtù della loro condizione di maggior lontananza dalle tentazioni del lusso e delle ricchezze, espiavano per procura, le colpe di chi poteva permettersi di pagare per l’intercessione, la preghiera e la messa. Perché la messa? Perché a partire dal XI secolo si poteva fare la compositio anche con le messe. Io pago, faccio recitare una messa, e questo mi toglie determinati mesi di penitenza. Badate bene che qui non siamo ancora alle indulgenze che verranno dopo, con lo scopo di garantirmi il paradiso. Qui le messe servivano per poter essere riconciliati: tutto diventava un pagamento. E chi poteva permetterselo doveva donare ai monasteri. Siamo nel periodo in cui le chiese e i monasteri acquistarono una potenza enorme grazie al sacramento della riconciliazione. Dov’è la misericordia di Dio? Anche in questo periodo ci sono grandi santi…

Dal XIII secolo al Concilio di Trento se non bastava questa bella confusione, subentra anche un’altra idea che nasce dalla Scolastica che ha cercato in maniera razionale di cogliere il senso del peccato introducendo quella di pena e di colpa. Fino a questo punto la coscienza del peccato diventava sempre una realtà che coinvolgeva anche gli altri, (la gente vedeva quando partivi pellegrino, o quando digiunavi…) In questo periodo si incomincia a razionalizzare il tutto introducendo questa idea: nel momento in cui io commetto un peccato, inevitabilmente sono da punire. E devo adempiere anche ad una penitenza che mi aiuti a cancellare il mio peccato. A livello di comunità. Ma io mi addosso anche una pena che non è solo temporale ma eterna perché io ho macchiato il mio essere cristiano. Per cui devo fare elle penitenze per sanare la mia pena temporale, ma per sanare la mia pena spirituale, io devo fare ancora qualcos’altro. E questo qualcos’altro viene supplito dalle indulgenze, da una serie di opere di devozione, che poi si trasformano in offerte, che consentono all’anima di avere la garanzia di essere purificata dalla pena eterna. Mi trovo a fare una doppia penitenza: una imposta e una scelta (se poi d’oro ancora più efficace). Bisognava riscattare non solo la pena temporale, ma anche quella spirituale. Arrivati al Concilio di Trento tutte queste forme di penitenza sussistono, in un bel guazzabuglio, nonostante l’intervento della Scolastica. Per cui la Riforma, che ha come punto più evidente la rottura con le indulgenze, sembrerebbe che volesse in tutti i modi annullare il Sacramento della Riconciliazione.
Però vorrei leggervi quello che dice Lutero nel Piccolo Catechismo: “la confessione comprende due cose: in primo luogo e necessario che si confessino i propri peccati e in secondo luogo è necessario che si riceva l’assoluzione e il perdono da parte del confessore come da Dio stesso e che, lungi dal dubitare, si creda fermamente che, per questo stesso mezzo, i nostri peccati sono perdonati davanti a Dio nel cielo”. Lutero era a favore o contro la riconciliazione? Stando a questo, era a favore; era contro quello che veniva dopo. Gli interessava il riconoscersi peccatore e il ricevere l’assoluzione. Guarda caso sono i due elementi essenziali che S. Tommaso (materia e forma) diceva costitutivi di questo sacramento: la materia è il peccatore che riconosce il proprio peccato, la forma è l’assoluzione. Lutero era un po’ come S. Tommaso; come dire che forse questa è l’essenza, come intendeva S. Tommaso.  Tutte queste forme di indulgenza, compositio, commutazione, tariffa, proprio queste sono le cose più importanti? O è il riconoscere  di essere peccatore e di avere bisogno della misericordia di Dio che si manifesta per mezzo di Gesù Cristo, un Gesù Cristo che non è soltanto un’idea ma che si concretizza in una comunità perché l’assoluzione viene data da uno che rappresenta Cristo, dal confessore. Poi magari Lutero dice che non è necessario che sia un prete.
Soltanto che davanti alla posizione di Lutero, il Concilio è preoccupato soprattutto di salvaguardare l’importanza della Chiesa e in quel periodo nasce una lunga discussione che giustifica il sacramento come istituzione divina basandosi sulla affermazione del Vangelo: a te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli (Mt 16,19). Fatevi spiegare bene da don Rinaldo la questione delle chiavi perché fino al Concilio di Trento a nessuno era venuto in mente di dire che la Chiesa aveva il potere in merito a questo Sacramento; prima interessava avere la possibilità di fare esperienza della misericordia di Dio e tutti sapevano che per arrivare a questo c’era bisogno di un percorso penitenziale, che è cambiato nel corso della storia, che si è ingarbugliato, ma sempre era la penitenza la cosa primaria. La penitenza in maniera visibile all’interno della comunità che poneva anche un inizio e una fine mai una cosa a se stante. La penitenza è diventata un unico momento solo quando dal 1300 si è incominciato ad usare l’indulgenza. Cioè nel momento in cui tu ti confessavi, ricevevi l’elenco delle cose che dovevi fare, pagavi la tassa ed eri assolto immediatamente. La penitenza che finisce in quel momento; mentre invece prima c’era sempre un riconoscere, un percorso e la riconciliazione. Questa è la costante della Chiesa, pur con tante forme diverse. Il Concilio di Trento invece restringe, quello che conta è la formula assolutoria, quella che la Chiesa da in quello che in nome di Dio perché il sacramento è di istituzione divina. Solo che il Concilio di Trento facendo così ha sancito che non c’è bisogno della comunità, non c’è bisogno della liturgia della parola, non c’è un momento di dialogo, non c’è bisogno di un percorso penitenziale per la conversione del peccatore e non c’è alcun riferimento al mistero pasquale, al battesimo e all’eucarestia, perché una volta assolto potevi fare la comunione senza la messa.
Si è ridotto ad un fatto privato: l’importante è che tu riconosca chi ti da l’assoluzione. In questo modo si affermò una concezione del peccato del tutto personale, che offende Dio e se stessi ma scompare il concetto di peccato come responsabilità civile o sociale. La Chiesa e la comunità non c’entrano. Sono io e Dio e in mezzo c’è il confessore.

A seguito del Concilio di Trento questo Sacramento diventa non più un segno di conversione non più segno di penitenza, ma una devozione. Tanto è vero che papa Benedetto XIV invitando e proponendo la strada della santificazione per tutti, diceva: se vuoi diventare santo devi confessarti ogni giorno. E’ una pratica di devozione, altro che misericordia di Dio e riconciliazione. E’ solo un fatto privato che potrebbe essere una direzione spirituale, ma non un sacramento di riconciliazione e segno di conversione perché quello dovrebbe essere straordinario. Non dico una volta sola, ma poco di più. Non si dovrebbe andarsi a confessare spesso. Bisognerebbe andare a dialogare spesso. Ma fare il Sacramento è una cosa straordinaria e ha bisogno di tempo, non risolta in due minuti;  deve avere bisogno di un inizio, di un tempo penitenziale e poi di un tempo di riconciliazione all’interno della comunità. E per fare questo c’è bisogno di ricollocare la Parola di Dio, c’è bisogno di ripensare a tutto quello che è il mistero pasquale di Cristo.
Il confessarsi ogni giorno diventava anche un plagio (perché bisognava andare sempre dallo stesso confessore). Sant’Alfonso si sforzò di rendere accettabile l’obbligo della confessione, che non diventasse una tortura temibile da parte di confessori inflessibili. Subito dopo il Concilio di Trento nascono anche i confessionali. Tutto si risolveva tra penitente e confessore. La misericordia di Dio dove andava? A partire dall’inizio dell’Ottocento si era sempre più insofferenti nei confronti del Sacramento.

Gesù vuole fin dall’inizio riconciliarci con il Padre, non tormentarci con cavilli; vuole dei figli che tornano a casa, quando se ne sono allontanati. Al figlio che torna a casa (nella parabola) il padre non ha detto: fammi l’elenco di tutto ciò che hai combinato. D’altra parte un bisogno di penitenza, di opere concrete da parte dell’uomo, quello sì. Però noi siamo figli della catechesi di S. Pio X che imponeva la confessione almeno una volta alla settimana anche se il precetto della Chiesa dice una volta all’anno. Vedete come sono cambiate le cose.
Ma dove sta la misericordia di Dio? Dove sta la penitenza? Non è che abbiamo fatto diventare tutto una devozione?
Nel corso di duemila anni si sono evolute molte forme. Forse è arrivato il momento che, come nel II secolo hanno cercato la possibilità di riconciliarsi, nel VI hanno cercato la possibilità di fare qualcosa di ripetibile, e poi si sono detti che non si potevano fare penitenze così grandi, e poi che si deve pensare anche a qualcosa di alternativo, come un pellegrinaggio, e poi che io devo pensare anche al cielo e ….forse ho bisogno di cambiare  per poter fare esperienza oggi di misericordia e di penitenza.

Sei qui: Home LITURGIA Incontri di Formazione "IL SACRAMENTO DEL PERDONO NELLA STORIA DELLA CHIESA"

Questo sito utilizza cookie di profilazione, eventualmente anche di terze parti. Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più consulta la COOKIE POLICY.