La Chiesa

La semplice, ma armoniosa facciata della chiesa della Beata Vergine del Carmine a Udine si affaccia, quasi timidamente, sulla ormai centrale via Aquileia, un po' arretrata fra le case per la presenza di un breve sagrato. La strada, l'antico "Borg d'Olee", era un tempo compresa tra la terza cerchia muraria, la cui porta fu demolita nel 1834, e la quinta cerchia di mura di cui rimangono ancora la torre e la muraglia merlata, con i tre fornici ad arco a tutto sesto, che concludono la via.
La chiesa presenta all'esterno la tipica facciata del tardo Seicento, con tetto "a capanna", appena ingentilita e movimentata da due finestre con grate in ferro battuto e una nicchia al centro occupata da una bella statua in pietra che raffigura La Vergine col Bambino, recentemente restaurata, eseguita, come le altre che fanno coronamento ai pilastri della cancellata, nella Bottega dello scultore veneziano Giovanni Bonazza (1654-1736) che, assieme al figlio Francesco (doc. 1729-1770) opera anche all'interno della chiesa. Le semplici linee architettoniche dell'edificio sacro eseguito da un ignoto architetto-capomastro capace di ripetere, pur semplificandoli, i dotti modelli della coeva architettura veneta, non lasciano certo trapelare la grande importanza che ha avuto la chiesa nella storia cittadina e neppure la ricchezza di opere d'arte conservate all'interno.
Era infatti un tempo compresa nel complesso del convento dei frati Carmelitani, convento variamente rimaneggiato nei secoli, poi distrutto, di cui rimane il ricordo nel piccolo chiostro interno recentemente restaurato nelle forme architettoniche primitive e che conserva, purtroppo poco leggibili, interessanti affreschi seicenteschi con scene legate alla devozione del Carmelo, popolari nelle forme, ma testimonianza dei costumi del tempo.
I frati del Carmelo erano giunti ad Udine solo nel 1483, piuttosto tardi rispetto alle altre comunità religiose, e si erano stabiliti, con l'autorizzazione del Capitolo metropolitano, nel convento con annessa chiesa che era stato abbandonato dalle suore Benedettine in S. Pietro in Tavella (Gervasutta).
Agli inizi del Cinquecento fu deciso di trasferire, anche per la loro sicurezza, i Carmelitani in città, dopo che furono acquistati gli orti e le case di Melchiorre Stayner in via Aquileia. "1522, ag. 31. Frater Stefanus ordinis Carmelitarum — exposuit quod — civitas hœc — annuit ut monasterium eorum S. Mariœ ab Angelis, ex loco S. Petri de Tabella, intra civitatem et in burgum Aquilegiœ introduceretur, promittendo in auxilium tam pis operis ducatos ducentos dandos lapsis annis tribus...Nam - illœ pecuniœ dando erunt mag. Melchiori Stayner venditori domorum et horti in quibus-fabrica-bitur monasterium" (Annales, LIV, p. 92). Così il 31 agosto 1522. Ai 200 ducati del Comune di Udine si aggiunsero altri 200 ducati degli udinesi e 400 ducati del cardinale Michele della Torre vescovo di Ceneda, già decano del capitolo di Udine. Tale somma gli era stata lasciata in eredità dall'Arcivescovo di Ragusa Panfilo Strassoldo.
Il 25 marzo 1525 terminati i lavori, nella festività dell'Annunciazione, fu portata in processione "...b. Virginis imaginem ab ecclesia S. Petri de Tabella ad ipsam novam ecclesiam S. Mariœ ab Angelis", quell'immagine che ancora oggi è venerata sull'altare maggiore. Autorità, clero e popolo tutto seguirono in processione: ciò dimostra quanto incisiva, sul piano etico e sociale, doveva essere per la comunità udinese la presenza delle case religiose, sia maschili che fem-minili, "intra moenia". È nella seconda metà del Seicento e nei primi decenni del Settecento che la chiesa della Beata Vergine del Carmine o di S. Maria degli Angeli assume l'assetto attuale per il costante lavoro dei Carmelitani che l'arricchiscono di opere d'arte veramente di grande pregio.
Nel 1770 furono pubblicati i Decreti della Repubblica Veneta con cui venivano soppresse alcune corporazioni religiose quando fossero formate da meno di dieci componenti: colpiti dalla sanzione i Carmelitani di Udine, l'anno seguente, dovettero abbandonare il loro convento e trasferirsi a Venezia. Contemporaneamente i fabbricati - chiesa e convento - vengono acquistati dall'Ospedale Civile che li cede ai Frati Minori Conventuali di S. Francesco di dentro, che così lasciano il loro convento e la chiesa per la costruzione del nuovo Ospedale di S. Maria della Misericordia. Il 28 luglio 1806 per le leggi napoleoniche numerosi conventi udinesi furono demanializzati, compreso quello di via Aquileia: i Francescani lasciarono chiesa e convento. Nel 1808 la chiesa di S. Pietro, presso la porta Aquileia, edificata nel 1390 e parrocchia dal 1595, "attesa la sua meschinità e ristrettezza" viene ridotta ad uso profano e la parrocchia trasferita nella chiesa della Beata Vergine del Carmine "considerato che questa è ampia ed ha tutti i titoli di magnificenza per la sua architettura e per i capi d'arte di cui è fornita..." come si legge negli antichi testi. Infatti l'interno della chiesa, riconsacrata nel 1831 dal vescovo Lodi col titolo definitivo di Beata Vergine del Carmine e dei SS. Pietro e Paolo, pur nella sobrietà delle linee architettoniche era stato dai Padri Carmelitani sontuosamente abbellito.
Appena entrati lo sguardo corre al soffitto "opera unica in Friuli per vastità ed orchestrazione spaziale" con soluzioni degne del miglior barocco dell'Italia centrale. Entro una complessa intelaiatura architettonica dipinta a colonne, archi, volte, loggiati affollati di Angeli e terrazze che si prolungano nella parete di controfacciata e nell'arco trionfale per dilatare illusoriamente lo spazio, al centro del soffitto dell'aula è rappresentata la Madonna del Carmelo che offre lo scapolare a S. Simone Stock, superiore generale dell'Ordine dei Carmelitani. Sulle pareti intorno corre il fregio a monocromo: tra figure di erme, putti e angeli, entro medaglioni, sono narrati Episodi dell'Ordine del Carmelo. La decorazione a fresco continua nel presbiterio: sul soffitto, nell'ovato centrale, è rappresentata la Madonna del Carmelo in gloria adorata da Santi carmelitani e da Papa Giovanni XXII, al secolo Giacomo D'Euse vescovo di Avignone (1316-1334) che aveva avuto una visione della Madonna del Carmelo e che a Lei era particolarmente devoto. Ancora elementi architettonici raccordano le cornici centrali al fregio delle pareti, composto da telamoni e ottagoni con le Storie del Carmelo. Sulla parete di fondo lo spazio è dilatato illusoriamente da prospettive architettoniche che si interrompono in basso per l'inserimento degli stalli lignei del coro. Ignoto finora è l'autore, o meglio gli autori, di questa complessa decorazione pittorica: quando i Carmelitani abbandonarono il convento nel 1771 portarono con sé anche il loro archivio dove forse erano annotati i nomi di quanti, tra gli ultimi decenni del Seicento e i primi anni del Settecento, avevano lavorato nella chiesa. Certa è solo la data dell'inaugurazione degli affreschi: il 1707. Guglielmo Biasutti pubblica infatti il documento con cui i padri Carmelitani inviano una supplica al Consiglio segreto dell'Ospedale di Udine che delibera, il 10 luglio 1707, di concedere "i damaschi della chiesa di S. Maria della Misericordia per servirsene nell'occasione della scoperta del soffitto a pittura, destinata a domenica prossima (cioè il 17 luglio) che cade la solennità della Madonna dell'habito...". La storia critica dell'attribuzione di questi affreschi è molto complessa e perciò ampia la letteratura al riguardo.
Infatti già l'abate Faccioli scrive, verso il 1790, che nel soffitto del Carmine sono "copiate varie opere del celebre Caracci", sembra quindi non conoscere, nemmeno per tradizione orale, il nome degli autori degli affreschi, ma già mette in relazione gli effetti scenografici con gli esiti della pittura bolognese-romana. Fabio di Maniago (1839) pone l'accento su l'impianto prospettico e avanza l'ipotesi che l'artista possa essere il pescarese Giulio Cesare Begni attivo in Friuli nella seconda metà del sec. XVII, attribuzione ripresa in seguito da altri studiosi. Se il Mutinelli nel 1945 pone a confronto questo soffitto con quello della chiesa romana di S. Ignazio opera del padre Andrea Pozzo e ipotizza un'attribuzione degli affreschi ad un allievo del Pozzo su bozzetti del maestro (che nel 1704 è di passaggio a Udine diretto in Austria) il Biasutti analizzando "indizi", come dice lo studioso, propende per "artisti di scuola bolognese e benvisti all'ambiente carmelitano". E ancora Aldo Rizzi propone che la "vasta attività udinese del Quaglio dovrebbe offrire la chiave per risolvere anche la problematica degli affreschi della chiesa del Carmine di Udine". Questa ipotesi di lavoro porta la De Majo a suggerire ap-punto il nome di Giulio Quaglio "... per quanto riguarda l'autore delle figure..." che "avrebbe lavorato in collaborazione con un quadraturista di formazione pozzesca". L'ultima attribuzione in ordine di tempo è quella di Giuseppe Bergamini che suggerisce i nomi del bolognese Pietro Antonio Torri per le quadrature e del pittore lucchese Pietro Ricchi (1606-1675) per le parti narrative. E il Ricchi era stato chiamato ad Udine, dove soggiorna fino alla morte avvenuta il 15 agosto 1675, proprio dai padri Carmelitani per i quali firma quattro dipinti su tela. Il puntuale confronto che lo studioso propone è con gli affreschi di S. Giuseppe in Castello a Venezia dove appunto è documentato l'intervento del Torri e del Ricchi, una collaborazione tra i due pittori "documentata anche altrove". Per quel che concerne la datazione il Bergamini ipotizza gli anni 1665-1670, anche per le "particolarità tecnico-stilistiche-inventive", per gli affreschi dell'aula, "ad altri artisti, operanti intorno al 1707, spetterebbe la pittura del soffitto del presbiterio". Ci sembrano dunque a questo punto degli studi su quello che è il più bel soffitto barocco esistente in Udine sicure tre cose: la data ante quem del 1707 per la conclusione dell'opera, data suffragata dai documenti, la presenza di un pittore di estrazione bolognese per le quadrature e le partiture architettoniche e di un altro artista per i racconti figurati, entrambi operanti nell'aula, ad altri autori attivi agli inizi del secolo XVIII spetterebbero gli affreschi del presbiterio.
Se sconosciuti sono i nomi dei frescatori altrettanto ignoto è il nome del maestro autore dell'elegante altare, uno degli esempi più clamorosi di scultura barocca in Friuli.
La mensa quadrangolare presenta un raffinato paliotto finemente decorato con scene legate alla devozione della Madonna del Carmelo: al centro, la scena maggiore, raffigura Un Angelo che porta in cielo le anime purganti devote allo scapolare, nelle due scene laterali, a destra, è rappresentato un uomo che sta per essere ucciso ed alza lo scapolare "salus in periculis" verso il suo assalitore, a sinistra una donna si piega verso un derelitto che alza lo scapolare "signum salutis". Sopra l'alzata in marmo giallo decorata da serti fioriti in marmo bianco, si ergono due grandi eleganti angeli, altri due angeli sostengono un drappo in marmo giallo che accoglie, al centro, l'ovato con l'antico dipinto che raffigura La Vergine del Carmelo. La fastosa composizione si conclude con un grande baldacchino dorato che accoglie la colomba dello Spirito Santo. Ai lati si aprono le due porte di accesso al coro, in marmo giallo, sopra cui sono posti i Busti del profeta Elia e del profeta Eliseo, cari all'ordine Carmelitano. Pur nella fastosità delle forme e nel "montaggio quasi in senso rocaille" l'altare appare equilibrato e, come osserva Paolo Goi, viene data "evidenza massima all'icona, con ruolo subordinato del Tabernacolo come avviene negli altari dei Santuari".
Si può pensare che l'artista aveva ben presente gli splendidi esempi lasciati in Friuli dall'olandese Enrico Merengo, il cui linguaggio "echeggia" anche in quest'opera seppure criticamente non ancora definita.
Il Semenzato avanza l'ipotesi che potrebbe trattarsi di un'opera giovanile di Antonio Bonazza (1698-1763), ma ci sembra l'altare opera di un artista maturo, ricco di esperienza: tuttavia non va dimenticato che la Bottega Bonazza, Giovanni (1654-1736) e il figlio Francesco (doc. 1729-1770), opera assiduamente nella chiesa. Infatti oltre alle statue della facciata, già in precedenza citate, i Bonazza eseguono per la chiesa del Carmine due belle acquasantiere e le quattordici statue delle Virtù poste sopra mensole di marmo e collocate lungo le pareti dell'aula della chiesa (due che in origine erano locate ai lati dell'arco trionfale sono state successivamente tolte per dar spazio a due porte e sono state poste nell'adiacente cappella di S. Giuseppe, usata ora come cappella feriale).
Le due acquasantiere, con colonna a balaustro, presentano sopra la vasca in marmo grigio, due statue di elegante fattura in marmo di Carrara raffiguranti due Santi Carmelitani: S. Alberto di Gerusalemme, primo legislatore dell'Ordine e S. Teresa d'Avila, fondatrice delle Carmelitane scalze.
Le statue delle Virtù, se pur discontinue per linguaggio, poiché è probabile la collaborazione attiva degli artisti della bottega dei Bonazza, si qualificano per la grande eleganza formale: la luce scivola sulle superfìci, crea un vibrato chiaroscuro, come sull'Amor Proximi, una delle più felici realizzazioni di Maestro Giovanni.
A metà della parete di destra è collocato il Monumento funebre di Antonio Savorgnan, il condottiero presente con le sue truppe nella guerra di Gradisca (1615-1617), signore di Pinzano e patrizio veneto. Il monumento fu fatto erigere dalla moglie Ortensia nel 1627, quattro anni dopo la morte del Savorgnan. L'opera non è documentata, ma l'incisività della caratterizzazione fisionomica del ritratto e certe sovrastrutture nello spartito architettonico, come il coronamento con volute laterali, fanno pensare, come ipotizza Aldo Rizzi, che l'opera sia uscita dalla bottega udinese di Gerolamo Paleario, lo scultore di cui si hanno notizia dal 1599 fino al 1622, anno in cui lo troviamo attivo a Venezia nella chiesa di S. Giorgio. Eseguì numerosi monumenti funebri e busti commemorativi, sia in legno che in pietra.
Sempre nell'aula, in parete d'ingresso, in cantoria, entro cassone armonico, è installato l'organo settecentesco opera certa dell'organaro friulano Francesco Comelli che fu allievo prediletto del celebre Pietro Nacchini, dalmata d'origine ma veneziano d'adozione. Lo strumento è giunto fino a noi quasi intatto (fu sottoposto solo a qualche lieve ritocco con l'applicazione delle dulciana e del concerto viole nel 1948) rispettato "da perquisizione" per il suo valore intrinseco anche durante l'invasione tedesca nella guerra 1915-1918. Elegante è il parapetto del cassone originale con le specchiature dipinte a monocromo con strumenti musicali coronati da serti di alloro e di quercia.
L'armonioso insieme dell'aula è dato anche dai quattro altari laterali, due a destra e due a sinistra, eseguiti tutti nello stesso periodo, verso la fine del sec. XVII da maestranze probabilmente venete, come dimostra l'impostazione architettonica e la decorazione marmorea policroma. Un documento recentemente ritrovato, che può riferirsi ad uno di questi altari, datato 31 dicembre 1692 - 11 settembre 1693 dichiara che viene commissionato "a Iseppo Luccardi tagliapietre di Venezia un altare in pietra per la chiesa del Carmine".
Ci piace ricordare, sul primo altare a sinistra, il bel Crocifisso ligneo appartenuto alla nobile famiglia Marchetti di Mantova e donato alla chiesa nel 1959.
Sul primo altare a destra, detto "delle Reliquie", nascosti tutto l'anno da una tavola dipinta, ma esposti alla pubblica devozione nella solennità di Ognissanti, è conservata una serie di preziosi reliquiari in argento, di varia fattura, contenenti le reliquie care alla religiosità popolare trasportate al Carmine dai Francescani, come vedremo in seguito: sono le reliquie della S. Croce, di S. Antonio da Padova, di S. Pietro e Paolo, di S. Isidoro e di S. Lucia, ma anche di S. Gennaro, di S. Nicola, di S. Colomba...
Infatti quando nel 1771 i Francescani lasciano il loro convento per trasferirsi in quello lasciato libero dai Carmelitani in borgo Aquileia, il Comune aveva loro garantito che potevano portare con sé "...mobili e reliquie e corpi di Santi": essi trasferirono nella chiesa del Carmine le spoglie del confratello Beato Odorico Mattiussi da Pordenone con l'artistica arca marmorea che le conteneva. Il Beato Odorico era morto a Udine nel 1331 nel convento di S. Francesco dove si era ritirato dopo i lunghi viaggi dedicati alla predicazione in terra di Persia, in Caldea, in India e soprattutto in Cina. L'anno seguente (1332) fu collocato nella preziosa arca che il Comune, su delibera del gastaldo Corrado Bernadiggi, aveva fatto eseguire nella bottega veneziana di Filippo De Sanctis. Il cassone marmoreo, ora collocato nella cappella di sinistra, poggia su quattro colonne lisce ed è concluso in alto da una elegante cornice scolpita a foglie. Nella specchiatura maggiore, sulla fronte, è narrata La morte del Beato che giace sopra un sudario sorretto da due angeli, venerato dal patriarca Pagano della Torre, dal gastaldo di Udine Bernadiggi, da tre frati e dal cameraro. Sotto, suddiviso in tre formelle, il rilievo raffigura il busto di Bertrando con due bandiere che simboleggiano i due Continenti in cui si svolse la predicazione del Beato; ai lati i busti di due angeli in preghiera. Nel riquadro posteriore è raffigurato Odorico che predica ad una folla di fedeli. La lastra, compresa tra due di alabastro, a differenza di quella posta sulla facciata, si sviluppa in senso verticale per permettere di campeggiare alla figura in piedi del Beato che alza la mano benedicente e stringe con la sinistra il libro dei Vangeli. In alto, iscritto in un semicerchio, un angelo ispira le parole e le azioni del frate francescano. In quest'opera Filippo De Sanctis inserisce, sulla tradizione plastica veneziana, resa più evidente dal contrasto cromatico tra il candido marmo e l'alabastro, le innovazioni della statuaria toscana, di Giovanni Pisano in particolare. Si noti infatti il concitato racconto della Predica ai pellegrini, e soprattutto le belle statue poste agli angoli del Cassone, come S. Francesco, S. Chiara, la Vergine Annunciata e l'Angelo annunciante che "hanno la leggera curvatura all'indietro tipica delle Madonne del Pisano".
Le antiche cronache, soprattutto la descrizione del Canonico Fistulario, raccontano la solenne processione che accompagnò il trasferimento dell'arca dalla chiesa di S. Francesco al Carmine: precedeva la confraternita del SS. Crocifisso e le altre confraternite con le loro insegne e tutti portavano candele e torce. Seguivano i Cappuccini ed altri frati e poi i seminaristi, i cappellani, i mansionari, i cantori e i Canonici recanti ognuno un reliquiario del Convento. Seguiva l'Arca del Beato Odorico portata da otto sacerdoti in pianeta e, sotto il baldacchino retto da quattro giovani nobili, procedeva l'Arcivescovo. E poi ancora il Luogotenente, i Deputati della città "con uno dei Cancellieri pure ognuno col cero in mano attorniati dai soldati del presidio"; e alla fine una grande moltitudine "di popolo di ogni sesso e grado".
L'arca in marmo fu subito smembrata e adattata ad altare, le quattro colonne messe da parte (furono recuperate in seguito presso l'amministrazione dell'ospedale da Vincenzo Joppi) ed il bassorilievo posteriore rischiò, verso la fine dell'Ottocento, di essere acquistato da un antiquario. Anche il corpo del Beato, tolto dalla sua arca di marmo, passò varie vicissitudini. Infatti, quando nel 1806 i Francescani lasciarono Udine per ritornare nel convento di Padova, onde evitare possibili profanazioni da parte dei soldati che avevano occupato il convento, il guardiano padre Soldà, nella notte del 4 settembre, lo fece di nascosto portare in Duomo. Soltanto parecchi anni dopo l'Arcivescovo di Udine Rasponi concesse, con il permesso del Capitolo della Chiesa Metropolitana, di riportare di nuovo al Carmine il corpo di Odorico. Finalmente nel 1931, in occasione del VI centenario della morte del Beato, l'arca fu ricomposta nelle sue forme originali e collocata nella cappella laterale di sinistra, progettata dall'architetto Cesare Miani (1891-1961) proprio in perfetta corrispondenza con la cappella dedicata a S. Antonio da Padova, il cui culto era stato introdotto nella chiesa dagli stessi Francescani. Le due cappelle sono state nel 2000 e nel 2001 arricchite da belle vetrate di Arrigo Poz: l'artista, memore della funzione didascalica che la vetrata ha avuto soprattutto in epoca gotica, racconta tre momenti della vita del Beato Odorico: nel tondo centrale è raffigurato il Beato, nella vetrata di sinistra la predica in Cina di Odorico e in quella di destra la processione per trasferire l'arca dalla chiesa di S. Francesco a quella del Carmine in borgo Aquileia. Nella cappella di fronte Poz illustra due storie che raccontano episodi della vita di S. Antonio da Padova. Il particolare effetto decorativo deriva essenzialmente dalla trasparenza dei colori accostati con sapienza e tali da creare una vera e propria "pittura contro luce".
Un breve cenno per ricordare anche i dipinti che nella chiesa della Beata Vergine del Carmine sono tuttora conservati.
Nel coro, occupato lungo le pareti dagli stalli lignei riccamente intagliati a conchiglioni, foglie e grifi, sul retro dell'aitar maggiore si può ancora ammirare un grande quadro che raffigura la Deposizione dalla croce, eseguito dal pittore veneziano Nicolò Bambini (1651-1736), l'artista presente a Udine in Palazzo patriarcale con le grandi tele della Biblioteca Delfino e della Cappella palatina. Eseguita dopo il soggiorno romano dell'artista, l'opera "ricorda il Mazzoni", ma è anche memore degli esempi veneziani: riccesco infatti è l'angelo che regge il velo della Veronica.
Sulla parete, a destra, è appeso il dipinto dell'abate Francesco Grillo con La Vergine che appare a S. Giuseppe da Copertino, membro dei Francescani conventuali, beatificato da Benedetto XIV nel 1763 e canonizzato nel 1767. L'opera fu quindi eseguita dopo il 1771, ossia in seguito all'arrivo in via Aquileia dei Francescani. Poco si conosce di questo artista, originario di S. Martino di Valvasone, che lo Zurico nel 1816 definisce "... uno de' genii più distinti, che al presente possa vantare il Friuli". Possiamo dire che il Grillo conosceva certamente la pittura veneziana del '700 di Gaspare Diziani, di cui doveva aver visto senza dubbio disegni e stampe, e soprattutto di Francesco Fontebasso. Francesco Grillo esegue per i Francescani un altro dipinto, ora conservato in chiesa sulla parete sinistra, che raffigura il Beato Odorico da Pordenone che benedice la folla. Uomini, donne e soldati sono ai suoi piedi. È evidente che il pittore si è ispirato al rilievo marmoreo eseguito da Filippo De Sanctis nell'arca del Beato nella vicina cappella, mantenendo quasi uguale la disposizione delle figure che nella pittura possono essere inserite entro un ambiente naturale fra alberi e piante verdi.
Al periodo invece dei Carmelitani risale l'altra bel-la tela sulla parete sinistra del coro che raffigura Sant'Alberto Carmelitano che risana un infermo eseguita dal lucchese Pietro Ricchi (1606-1675) nell'ultimo periodo della sua vita trascorsa a Udine. È un'opera particolarmente interessante per il concitato chiaroscuro, per il luminismo esasperato risolto non in chiave plastica, ma lirica, con una suggestiva gamma cromatica "asciutta e scabra che fa pensare ad un'opera... lasciata volutamente in uno stadio di suggerimento più che di avvenimento". Oltre al soffitto dell'aula della chiesa, recentemente attribuito al Ricchi, come abbiamo già detto, il pittore aveva dipinto per la chiesa altri tre quadri, uno ora perduto, e altri due conservati ai Musei Civici di Udine, che i Francescani avevano rimosso perché rappresentavano due sante, suore post-tridentine come S. Teresa d'Avila e S. Maria Maddalena de' Pazzi, lontane quindi dalle loro esigenze devozionali. La stessa fine e per i medesimi motivi fecero allora una serie di dodici ovati, ora al Museo diocesano di Udine, raffiguranti i profeti Elia ed Eliseo, cari ai Carmelitani ed altri santi dell'Ordine del Carmelo come S. Simone Stock, S. Andrea Corsini, S. Pietro Tommaso... opere di discreta qualità considerati di mano dell'udinese Pietro Venier (1673?-1737). Di questo pittore si può ancora vedere, nel corridoio che porta in sacrestia, il dipinto con le Stimmate di S. Francesco opera che richiama esempi romano-bolognesi "mediati dall'accademismo del Balestra o dalla corrente patetica lagunare".
Vanno anche ammirati due piccoli quadri appesi alle pareti del presbiterio uno dei quali raffigura La Natività: al centro della scena la Vergine regge un candido lino su cui è adagiato Gesù appena nato. A fianco S. Giuseppe e davanti i pastori in adorazione. A questo quadro fa pendant, sulla parete di fronte, il dipinto che raffigura la Deposizione dalla croce: il Cristo morto giace sopra un velario e il suo capo è reclinato sul grembo della Vergine drammaticamente riversa all'indietro. Intorno piangono le Pie Donne e S. Giovanni. I due dipinti sono ricordati dal Cavalcaselle, che scrive nel 1876 e che li attribuisce, a nostro avviso giustamente, alla "scuola del Carneo". Del pittore carnico infatti, uno dei maggiori rappresentanti della pittura friulana del '600, sono le tipologie delle figure, come ad esempio quella della Vergine nella Natività e il modo "di ritmare la composizione con le teste avide di luce" di S. Giuseppe e degli astanti, quella luce che sembra riverberarsi dal candido panno che accoglie il Bambino Gesù o, nel quadro della Deposizione dal lenzuolo in cui si abbandona il corpo del Cristo deposto. Su uno dei due quadri, in alto a sinistra, si legge: LASCIO PER MIA DEVOZIONE ALLA VENERANDA / CHIESA DI S. PIETRO N. 2 QUADRI LA DEPOSIZIONE / DALLA CROCE E L'ALTRO LA NATIVITÀ / CON IL PATTO CHE MAI PIÙ' SIANO / LEVATI VIA DI QUESTO LOCO / ANNO 1808 / LI. 28 AGOSTO. Quindi si tratta di una donazione: date le proporzioni dei due quadri (100x120 cm) si può ipotizzare che provengano da una delle nobili dimore che si affacciano su via Aquileia.
La chiesa del Carmine non è particolarmente dotata di oreficeria sacra, come si potrebbe pensare data la ricchezza dell'apparato decorativo così attentamente
studiato soprattutto dai Padri Carmelitani, ma ha suppellettile che appartiene per lo più all'800 e al '900. Ci piace ricordare almeno due pezzi settecenteschi di ottima fattura e degni di menzione come un elaborato Calice che presenta sul piede le figure a tutto tondo in argento fuso della Fede, della Speranza e della Carità datato 1713 con l'iscrizione "Giacomo e Pietro - CINI FECIT L.D". Degno di nota è anche un Ostensorio a sole che ha sulla base mistilinea variamente disposti Angeli in argento fuso: un angelo sulla sommità regge la crocetta apicale e testine cherubiche sono appoggiate sulla raggiera. È opera tardo barocca di oreficeria veneziana. Tra la suppellettile sacra più recente, soprattutto ottocentesca eseguita quando la chiesa del Carmine era già diventata parrocchia, ricordiamo un Calice con coppa dorata e sottocoppa sbalzata a motivi geometrici e fitomorfi stilizzati di gusto neogotico e una Pisside con il gambo che poggia su una base circolare decorata da foglie, frutta e testine di cherubini. Di buona fattura ottocentesca sono una Coppia di lampade pensili, datate 1859, a bugne incise a fiori e foglie (su una bugna si legge: DIVO ANTONIO I DEVOTI OFFERSERO) che ripropongono forme tipicamente settecentesche. Vanno ricordate anche le numerose serie di Candelieri, alcuni particolarmente eleganti, usciti dalle Botteghe orafe friulane dell'800. Nel 2000 Arrigo Poz, che non è solo pittore e autore di belle vetrate istoriate, eseguì per la chiesa della Beata Vergine del Carmine, per la sua parrocchia in cui vive una intensa vita di credente, un elegante Cero pasquale con raffigurata la Madonna dello Scapolare e sotto l'emblema dell'Ordine Carmelitano. Nell'occasione eseguì anche una bella Casula bianca dipinta, perché Poz ama proporsi con la sua arte in tutte le forme dell'arredo liturgico.
Possiamo pertanto dire che ancora oggi la chiesa della Beata Vergine del Carmelo è un contenitore di preziose opere d'arte, ma soprattutto conserva quell'atmosfera di raccoglimento che invita alla meditazione e alla preghiera, propria dei santuari monastici.

Luciana Marioni Bros

Bibliografia essenziale
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